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Mostra dei presepi “Luce dei popoli” per “L’arte in restauro”

In occasione dei Mercatini di Natale a Montepulciano, la Diocesi insieme al Rotary Club di Chianciano-Chiusi-Montepulciano ha organizzato una Mostra di Presepi chiamata “Luce dei Popoli” aperta fino al 6 gennaio. L’iniziativa promossa  come “L’Arte in Restauro”, punta a raccogliere fondi per il restauro di quattro opere tutte con il tema dell’‘Annunciazione curato da Mary Lippi.

I Presepi esposti alla Mostra sono stati messi gentilmente a disposizione da Massimo Cinelli che concesso di far esporre  51 Natività per raccogliere fondi per il restauro.  L’ampia collezione è composta da Presepi di ogni tipo e materiale.

Come ha ben sottolineato il Presidente, Stefano Bolici, “Il Rotary Club Chianciano-Chiusi-Montepulciano si occupa di salvare e aiutare con tante piccole e grandi iniziative di tipo religioso, sociale e culturale, attività come questa per la comunità, in questo caso si occupa di un’iniziativa di tipo culturale, con lo scopo di dare una mano alla Diocesi per il restauro”.

GIORNI DI APERTURA
16-17 novembre
23-24 novembre
30 novembre – 1 dicembre
6-7-8 dicembre
13-14-15 dicembre
20-21-22-23-24 dicembre
dalle 10:30 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19:30
dal 26 dicembre al 6 gennaio
tutti i giorni dalle 10:30 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19:30
Il 25 dicembre e l’1 gennaio la mostra resterà chiusa

 

Conferenza sul Trittico di Taddeo di Bartolo in Cattedrale – Photogallery

Si è tenuta oggi pomeriggio, venerdì 25 ottobre 2019, una piacevolissima conferenza per sottolineare il punto della situazione circa il restauro in corso sul grande Trittico dell’Assunta presente in Cattedrale a Montepulciano.
Molti i presenti, tra cui gli studenti della LUBiT e molti poliziani.
Dopo i saluti del nostro Vescovo Stefano a nome di tutta la Diocesi di Montepulciano –  Chiusi – Pienza, il saluto della Sig.ra Alice Raspanti, Vice Sindaco di Montepulciano, della Sig.ra Rotundo che rappresentava al Soprintendenza di Siena, Arezzo e Grosseto e del Sig. Robert Cope, sponsor ufficiale del restauro.

Gli interventi sono stati di grande elevatura e spessore a partire dalla Dott.sa Laura Martini, Don Antonio Canestri, i restauratori Paolo Roma, Mario Verdelli e Nadia Presenti, Andrea Pacini orafo di Montepulciano.

Clicca qui per sfogliare una piccola foto gallery per mostrare gli interventi dei relatori: Conferenza sul Trittico di Taddeo di Bartolo – 25 ottobre 2019

 

Al seguente link, accedendo alle omelie del Vescovo, è possibile scaricare o ascoltare l’audio dell’omelia del Vescovo Stefano inserita nella Veglia diocesana missionaria: “La Chiesa di Cristo in Missione nel Mondo”.

Dall’introduzione alla Veglia: “La veglia di quest’anno si inserisce tra le iniziative che in tutto il mondo celebrano il Mese Missionario Straordinario, voluto da Papa Francesco. “Battezzati e inviati. La Chiesa di Cristo in missione nel mondo”, è il titolo che ispira il momento di preghiera che vivremo insieme, un tempo che vorremmo non si concludesse con questa serata, ma che continuasse nelle nostre realtà, nel nostro quotidiano, laddove il Signore ci IN-VIA come battezzati.
Accogliendo l’iniziativa di Papa Francesco preghiamo gli uni per gli altri perché si ravvivi in ciascuno di noi e in ogni singolo fedele la convinzione che Gesù Cristo è la risposta alle nostre necessità più vere e più profonde; tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno (cfr EG 265). Il Sinodo per l’Amazzonia, che riunisce Vescovi e laici da tutto il mondo, ci ricordi inoltre che la nostra vita può essere feconda solo nel rispetto della nostra madre terra e nell’accoglienza della vocazione e del carisma di ciascuno, che fa risplendere la Chiesa con i tratti della ministerialità, della sinodalità e della fraternità. Battezzati e inviati, rinnoviamo il nostro Sì al Vangelo, con l’impegno di un annuncio gioioso e un’appassionata testimonianza di vita”.

Battezzati e inviati – La Veglia diocesana

Scarica l’omelia del Vescovo Stefano alla veglia a questo link

Sabato 19 ottobre 2019

Veglia Missionaria Diocesana
presieduta dal Vescovo Stefano, «Battezzati e inviati»
Ore 21.15 Duomo di Chiusi

Domenica 20 ottobre, Giornata Missionaria Mondiale,
in Piazza San Pietro alle ore 10.30 la celebrazione dell’Eucarestia presieduta dal Papa e in ogni Parrocchia la celebrazione comunitaria

 

In occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica Maximum Illud di Papa Benedetto XV, per “risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale” Papa Francesco ha indetto il Mese Missionario Straordinario

Con l’indizione di questo mese missionario straordinario, l’intento di papa Francesco, come dice nella lettera al Card. Filoni, è di “risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale”.

Quattro sono le dimensioni indicate dal papa per vivere più intensamente il cammino di preparazione e realizzazione del Mese:

  • Incontro personale con Gesù Cristo vivo nella sua Chiesa: Eucaristia, Parola di Dio, preghiera personale e comunitaria
  • La testimonianza: i santi, i martiri della missione e i confessori della fede, espressione delle Chiese sparse nel mondo intero
  • La formazione missionaria: scrittura, catechesi, spiritualità e teologia
  • La carità missionaria.

Preghiera proposta da Papa Francesco per il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019

Padre nostro,
il Tuo Figlio Unigenito Gesù Cristo risorto dai morti
affidò ai Suoi discepoli il mandato di
andare e fare discepoli tutti i popoli“;
Tu ci ricordi che attraverso il nostro battesimo
siamo resi partecipi della missione della Chiesa.

Per i doni del Tuo Santo Spirito, concedi a noi la grazia
di essere testimoni del Vangelo,
coraggiosi e zelanti,
affinché la missione affidata alla Chiesa,
ancora lontana dall’essere realizzata,
possa trovare nuove e efficaci espressioni
che portino vita e luce al mondo.

Aiutaci a far sì che tutti i popoli
possano incontrarsi con l’amore salvifico
e la misericordia di Gesù Cristo,
Lui che è Dio, e vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

 

 

Dai Motociclisti diocesani una proposta di uscita

L’Associazione dei Motociclisti diocesani offre la bella opportunità di un’uscita in moto per domenica 27 ottobre 2019. L’ incontro, aperto a
tutti i familiari e amici anche per il solo pomeriggio prevede il seguente programma:

Ore 9,30: ritrovo al Tempio di San Biagio a Montepulciano per il consueto giro da definire secondo il meteo sul momento;
ore 12,30: ritrovo a Pienza presso il Monastero Benedettino per il pranzo e uno scambio di saluti con le Suore Claustrali (Via di S.Caterina, 4);
ore 15,00: visita del Romitorio scavato nelle grotte tufacee sottostanti la Chiesa di S.Caterina.
ore 16,00: Chiesa di S. Caterina, riflessione del nostro Assistente don Claudio Porelli.

E’ obbligatorio confermare la presenza per il pranzo, entro il 24/10/2019, a:
Paolo 3331343770 o email a: motociclisti@diocesimontepulciano.it
Motociclisti diocesani

Locandina 27_10_97

 

Il trittico dell’Assunta di Taddeo di Bartolo in Cattedrale

Dopo quasi un anno di lavori di restauri sul Trittico di Taddeo di Bartolo, presente in Cattedrale a Montepulciano, la Soprintendenza ABAP di Siena, Grosseto e Arezzo di concerto con la Diocesi, il Capitolo del Duomo, il Comune di Montepulciano e la LuBit, ha organizzato una conferenza per il 25 ottobre 2019 alle ore 16.00 presso la Sala San Bellarmino in via San Donato 1-3 a Montepulciano, in cui presentare Note e considerazioni sul restauro in corso con il seguente Programma visibile anche nelle locandine in distribuzione in questi giorni sul territorio.

Saluti:
Mons. Stefano Manetti,Vescovo di Montepulciano – Chiusi – Pienza

Andrea Pessina, Soprintendente ad interim –Soprintendenza ABAP di Siena, Grosseto e Arezzo

Michele Angiolini, Sindaco di Montepulciano

Andrea Giambetti, Presidente della Lubit

Robert Cope, Presidente Fondazione Vaseppi 

Interventi:
Laura Martini Ragioni di un restauro

Antonio Canestri Note sul programma iconografico del trittico

Paolo Roma –  Il restauro del supporto ligneo. Degrado, metodologia e tecniche di intervento.

“Laudato sii” per docenti di religione – Mons. Stefano Manetti (un estratto dal suo intervento)  

Come l’enciclica di Papa Francesco “Laudato sii” può influenzare il modo di raccontare l’ambiente?                                                                         

Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” domandava il meteorologo statunitense Edward Lorenz in una sua conferenza nel 1972, dove intendeva dimostrare come un semplice battito d’ali di una farfalla può causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano.  Prendo in prestito questa battuta per stigmatizzare l’idea portante della enciclica Laudato Sì (d’ora in poi: LS) di Papa Francesco ovvero: “tutto è connesso” (117 –i numeri fra parentesi si riferiscono sempre agli articoli della Laudato Sì-), che attraversa come un ritornello il documento da cima a fondo. L’impostazione che il Papa ha dato all’enciclica mi pare segni una svolta significativa nel modo di raccontare la questione ecologica, perché unisce crisi ambientale e crisi sociale in un tutt’uno inseparabile, cioè la terra in cui viviamo e la moltitudine dei poveri che la abitano, per cui, come il battito d’ali della farfalla, ogni lesione della solidarietà e dell’amici­zia civica provoca danni ambientali (142): il degrado ambienta­le e il degrado umano ed etico sono, infatti, intimamente connessi (56).

Se finora si parlava di ecologia prevalentemente come lo “studio delle interrelazioni che intercorrono tra gli organismi e l’ambiente che li ospita” (così, per esempio, nell’enciclopedia Treccani), dove l’uomo è preso in considerazione in ragione dell’impatto ambientale conseguente al suo stile di vita, per cui il problema fondamentale – cito – è quello della valutazione del rapporto costo/beneficio nell’uso delle risorse naturali” (ivi), nella LS il problema fondamentale diventa l’interazione dei sistemi naturali con i sistemi sociali, dove la novità dell’enciclica sta non tanto nel descrivere tale rapporto, per altro già noto in ambito ecologico, quanto nell’averlo posto con forza al centro della questione. Così non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-am­bientale (139) con la conseguenza che prendersi cura della natura include necessariamente combattere la povertà e restituire la dignità agli esclusi (ivi).
I gemiti di sorella terra, così si esprime il Papa, si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta (53) e quando non si riconosce nella realtà l’importanza di un povero…dif­ficilmente si sapranno ascoltare le grida della na­tura stessa (117).
Non è difficile constatare che l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, per cui non potremo affrontare ade­guatamente il degrado ambientale, se non prestia­mo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale (48).
La crisi ecologica si presenta come un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, di conseguenza non possiamo illuderci di risanare la no­stra relazione con la natura e l’ambiente senza risa­nare tutte le relazioni umane fondamentali (119).
Purtroppo, però, manca una chiara consapevolezza dei problemi che colpisco­no particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, – cito – miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici inter­nazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questio­ne che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno col­laterale. Di fatto, al momento dell’attuazione con­creta, rimangono frequentemente all’ultimo posto… Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio socia­le, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. (49)

Come si vede, la LS opera una dilatazione del campo di interesse dell’ecologia andando oltre le “interrelazioni che intercorrono tra gli organismi e l’ambiente che li ospita” fino ad inglobare in se stessa, come fattore determinante per comprendersi compiutamente, la giustizia sociale. Poiché tutto è in relazione, la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri (70).

L’aver assunto questa congiunzione inscindibile tra l’ambiente e i poveri come criterio interpretativo prioritario della questione ecologica è probabilmente il principale contributo, per rispondere alla domanda del titolo, che il Papa offre sul modo nuovo di raccontare l’ambiente stesso.

Questa visione invita a compiere alcuni passaggi culturali, facilmente rintracciabili nel testo dell’enciclica che possiamo così riassumere:

  1. Primo passaggio: dalla sottovalutazione della questione ecologica alla consapevolezza dell’urgenza di agire subito con senso di responsabilità. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasi­vo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodi­struttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, fa­cendo come se nulla fosse (59). La protezione che la nostra casa comune esige da noi è invece urgente (13).
  2. Secondo passaggio: dalla tecnologia che si rapporta alle cose alla tecnologia che si rapporta alle persone.
    Riflettendo sulla radice umana della crisi ecologica (Cap. III) ci si accorge che il problema fondamentale (106) è la globalizzazione del paradigma tecnocratico che consiste nel ritenere che la soluzione dei problemi che affliggono l’umanità si trovi nello sviluppo della tecnica. La tecnica però, quando è posta davanti alla realtà, tende a manipolarla dimenticando i limiti che essa stessa ha, per esempio avventandosi sulla natura per spremerla oltre il limite, sul falso presupposto che esista una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili…e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti (106). La liberazione dal paradigma tecnocratico imperante è necessaria per riprendere il contatto oggettivo con la realtà e ciò può avvenire ponendo la tecnica di fronte alle persone più che alle cose, impegnandola a risolvere i problemi concreti degli altri, con lo scopo di aiutarli a vivere con più dignità e meno sofferenze (112). Qui essa trova il suo giusto equilibrio e un riparo dagli eccessi di onnipotenza. Insomma la tecnologia in mano all’uomo può facilmente fargli perdere il contatto con la realtà e farlo scivolare pericolosamente verso un delirio di onnipotenza: l’antidoto si trova nel fargli volgere lo sguardo verso le persone, specialmente le più indifese e bisognose di aiuto, perché ciò lo mantiene con i piedi per terra con grande vantaggio per l’ambiente.
  3. Da questo consegue il terzo passaggio: dall’attribuire valore alla potenza tecnologica all’attribuire valore alla fragilità.
    Si tende a credere, infatti, che ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori (105)
    Se però ci fermiamo a riflettere, riconosciamo facilmente la fragilità della natura e questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere (78).
    San Francesco di Assisi, dal cui Cantico si è tratto il titolo dell’enciclica, è l’esempio per ec­cellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità…Egli manifestò un’attenzio­ne particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. (10)
  1. Infine il quarto passaggio va dal parlare di “problemi loro” al parlare di “problemi nostri” ovvero non possiamo più credere che ci possiamo salvare da soli solo perché siamo in possesso di più mezzi e di più ricchezze. D’ora in avanti è chiaro che possiamo solo salvarci insieme. Non si tratta di carità e, se vogliamo, nemmeno di filantropia: tutto è intimamente connesso al punto che salvare i poveri significa salvare se stessi. È la nuova etica della casa comune. Si potrebbe anzi dire che se finora la carità era una scelta libera oggi sta diventando una via obbligatoria per sopravvivere. È proprio l’ecologia ad insegnarci che la vita sulla terra consiste in un insieme armonico di organismi in uno spazio determinato che funziona come un sistema (140), l’ecosistema appunto, e che noi dipendiamo da tale sistema per la nostra esistenza. Occorre che consideriamo la famiglia umana a cui apparteniamo in certo modo come un ecosistema in cui la buona salute di ogni sua parte è necessaria per la sopravvivenza del tutto. Per esempio il riscaldamento del clima dovuto all’emissione eccessiva di gas serra causata dallo stile di vita dei paesi più sviluppati dà origine a migrazioni di animali e a fenomeni di siccità in vaste regioni del pianeta che spingono i poveri ad emigrare. Il loro arrivo nelle nostre città, anziché suscitare quel senso di fastidio per l’occupazione del nostro spazio vitale, dovrebbe servire a convincerci dell’urgenza di occuparci dei problemi che hanno causato la loro emigrazione perché non sono problemi loro ma nostri. Il famoso adagio: ”aiutiamoli a casa loro” diventa un “aiutiamoci a casa loro” perché il motivo per cui emigrano, in questo caso la crisi ambientale, è lo stesso che non assicura un futuro umanamente vivibile ai nostri figli. Tanto più riusciremo a sentirci prossimi gli uni agli altri, quanto più miglioreremo la nostra vita.

Per scaricare il testo in pdf: LS per docenti religione

 

Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato

L’editoriale del Vescovo

Non si tratta solo di migranti

La scorsa settimana mi sono trovato ad attendere il mio turno per una terapia medica in una sala di attesa gremita di persone. Sono occasioni preziose per ascoltare la gente e conoscere le preoccupazioni del momento. Il discorso è caduto anche sui profughi, con frasi tipo: “Non possiamo accoglierli, devono stare a casa loro. Abbiamo la disoccupazione, ci tolgono il lavoro ecc.” ho percepito in generale un clima di ansia che genera pensieri di indisponibilità verso chi arriva da lontano.  Ho fatto alcune considerazioni. Quale è l’entità vera del fenomeno? Secondo i dati Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, nel 2017 l’Europa ha accolto 538.000 profughi, dei quali la Germania 325.370, la Francia 8 volte di meno, 40,575, l’Italia 35.130, che sommati a quelli degli anni precedenti raggiunge la cifra, al 1 gennaio 2018, di 170.000 profughi presenti sul territorio italiano. Potrebbero essere comodamente raccolti in Piazza San Giovanni a Roma, che ha la capienza stimata di 200.000 persone. La domanda è: dove sta l’invasione che ci terrorizza? E poi: davvero tolgono il lavoro? Dice l’Istat che gli stranieri sono occupati nei gradini più bassi della gerarchia occupazionale (dal muratore, al collaboratore domestico (badanti), al cameriere, al lavapiatti, al bracciante agricolo) anche in presenza di titoli di studio superiori, peraltro non sempre riconosciuti in Italia se conseguiti all’estero. Quindi persone con talenti non valorizzate per il bene della collettività. Di contro nello stesso 2017 sono emigrati all’estero 128.193 italiani (più di 500.000 negli ultimi 5 anni). Un altro luogo comune è che ci si preoccupa più dei profughi che dei nostri poveri. Riflettiamo: se una persona coltiva in se stessa il valore della solidarietà, farà distinzione di persone? In realtà se è solidale, lo è in ogni situazione. L’occuparsi dei poveri, quindi, fa crescere la cultura della solidarietà nella società che va a beneficio di tutti, italiani compresi. Invece l’abbassarsi dell’attenzione ai bisogni del prossimo in generale si ripercuote su tutto, basti pensare ai nostri paesi terremotati che ancora aspettano la ricostruzione. Anche in questo caso i poveri sono una risorsa in quanto ci inducono a crescere nello spirito solidale.  C’è da osservare che il modo di gestire il fenomeno degli sbarchi ha contribuito non poco a generare una diffusa mentalità di indisponibilità. La linea di azione si limita infatti a far fronte all’emergenza, benché gli sbarchi dalla Libia avvengano ormai da almeno 10 anni e non è stato ancora creato, per esempio, un ministero per fronteggiare il problema. I cittadini italiani avvertono questo clima di approssimazione e di urgenza cronica e vivono comprensibilmente un disagio. L’esperienza dei corridoi umanitari, che combatte gli sbarchi clandestini, realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla CEI, agli Evangelici e ai Valdesi, progetto completamente autofinanziato, dimostra come sia concretamente possibile trasformare un incubo in risorsa, per di più evitando le morti in mare. Risorsa perché un programma di integrazione ben fatto previene il formarsi di sacche di emarginazione e crea ricchezza. Ricordiamoci infatti che gli immigrati regolari (3,5 milioni extracomunitari più 1,5 milioni dall’UE) producono il 9 per cento del Pil italiano (circa 127 miliardi di euro nel 2017). È pertanto evidente che il pregiudizio si forma in forza delle “sensazioni”, alimentate da un certo uso dei media, mentre se per un momento attiviamo l’intelligenza possiamo valutare il fenomeno obiettivamente. C’è bisogno però di uno sguardo ancora più ampio: non possiamo affrontare un fenomeno epocale (ogni giorno nel mondo 37 mila persone sono costrette a lasciare la propria casa, secondo i dati Unhcr 2018) con una mentalità provinciale. Siamo dentro un cambiamento d’epoca e se 50 anni fa si diceva che il mondo stava diventando un “villaggio globale” (McLuhan), oggi pare ridotto ad un condominio, dove saremo sempre più inter connessi e ciò che accade in qualsiasi punto del globo è come se accadesse sotto casa nostra. Occorre prepararsi alla coraggiosa rivoluzione culturale a cui ci invita la Laudato Sì, ovvero a guardare alla realtà in un altro modo (114) e compiere il passaggio storico dal parlare di “problemi loro” al parlare di “problemi nostri”. Il riscaldamento del clima (provocato dai paesi ricchi), per esempio, dà origine a migrazioni di animali e a fenomeni di siccità in vaste regioni del pianeta che spingono i poveri ad emigrare. Il loro arrivo nelle nostre città, anziché suscitare quel senso di fastidio per l’occupazione del nostro spazio vitale, dovrebbe farci attenti a un problema che abbiamo in comune, perché il motivo per cui emigrano, in questo caso la crisi ambientale, è lo stesso che sta creando un futuro invivibile ai nostri figli. “Non è in gioco solo la causa dei migranti, ci ricorda il Papa nel suo messaggio per questa giornata del migrante e del rifugiato, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi”. Se non permettiamo a noi stessi, liberandoci dalla paura e dal pregiudizio, di “sentire” il dolore dell’altro, di provare “compassione” per il povero, il futuro si fa davvero complicato. È sotto i nostri occhi come l’individualismo stia già avvelenando le relazioni umane in modo esponenziale. E qui bisogna denunciare con forza una situazione inaccettabile. Il rapporto ONU del 18.12.2018 sui lager libici, come ho scritto su queste pagine il 3 febbraio scorso, è sconvolgente, descrive una realtà che ricorda troppo da vicino Auschwitz: “Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita durante la prigionia dopo essere stati colpiti, torturati a morte o semplicemente lasciati morire per fame o per negligenza medica. In tutta la Libia, corpi non identificati di migranti e profughi con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni sono spesso scoperti in cestini dell’immondizia”. Il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia, sottoscritto il 2 febbraio 2017, impegna la parte italiana a finanziare non solo tali “centri di accoglienza” ma anche la guardia costiera libica che ha il compito di riportare nei lager chi ha tentato la fuga per mare. Un giovane eritreo di 19 anni è stato ripescano 5 volte in 2 anni di prigionia e ogni volta rispedito all’inferno. È accettabile che i nostri soldi debbano servire a mantenere questi lager? Questo sì, deve crearci ansia. Siamo consapevoli noi italiani di essere parte attiva di questo orrore?

Il vescovo Stefano

(dall’Araldo Poliziano – Domenica 29 settembre 2019)

giornata del rifugiato 2019