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“Laudato sii” per docenti di religione – Mons. Stefano Manetti (un estratto dal suo intervento)  

Come l’enciclica di Papa Francesco “Laudato sii” può influenzare il modo di raccontare l’ambiente?                                                                         

Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” domandava il meteorologo statunitense Edward Lorenz in una sua conferenza nel 1972, dove intendeva dimostrare come un semplice battito d’ali di una farfalla può causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano.  Prendo in prestito questa battuta per stigmatizzare l’idea portante della enciclica Laudato Sì (d’ora in poi: LS) di Papa Francesco ovvero: “tutto è connesso” (117 –i numeri fra parentesi si riferiscono sempre agli articoli della Laudato Sì-), che attraversa come un ritornello il documento da cima a fondo. L’impostazione che il Papa ha dato all’enciclica mi pare segni una svolta significativa nel modo di raccontare la questione ecologica, perché unisce crisi ambientale e crisi sociale in un tutt’uno inseparabile, cioè la terra in cui viviamo e la moltitudine dei poveri che la abitano, per cui, come il battito d’ali della farfalla, ogni lesione della solidarietà e dell’amici­zia civica provoca danni ambientali (142): il degrado ambienta­le e il degrado umano ed etico sono, infatti, intimamente connessi (56).

Se finora si parlava di ecologia prevalentemente come lo “studio delle interrelazioni che intercorrono tra gli organismi e l’ambiente che li ospita” (così, per esempio, nell’enciclopedia Treccani), dove l’uomo è preso in considerazione in ragione dell’impatto ambientale conseguente al suo stile di vita, per cui il problema fondamentale – cito – è quello della valutazione del rapporto costo/beneficio nell’uso delle risorse naturali” (ivi), nella LS il problema fondamentale diventa l’interazione dei sistemi naturali con i sistemi sociali, dove la novità dell’enciclica sta non tanto nel descrivere tale rapporto, per altro già noto in ambito ecologico, quanto nell’averlo posto con forza al centro della questione. Così non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-am­bientale (139) con la conseguenza che prendersi cura della natura include necessariamente combattere la povertà e restituire la dignità agli esclusi (ivi).
I gemiti di sorella terra, così si esprime il Papa, si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta (53) e quando non si riconosce nella realtà l’importanza di un povero…dif­ficilmente si sapranno ascoltare le grida della na­tura stessa (117).
Non è difficile constatare che l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, per cui non potremo affrontare ade­guatamente il degrado ambientale, se non prestia­mo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale (48).
La crisi ecologica si presenta come un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, di conseguenza non possiamo illuderci di risanare la no­stra relazione con la natura e l’ambiente senza risa­nare tutte le relazioni umane fondamentali (119).
Purtroppo, però, manca una chiara consapevolezza dei problemi che colpisco­no particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, – cito – miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici inter­nazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questio­ne che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno col­laterale. Di fatto, al momento dell’attuazione con­creta, rimangono frequentemente all’ultimo posto… Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio socia­le, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. (49)

Come si vede, la LS opera una dilatazione del campo di interesse dell’ecologia andando oltre le “interrelazioni che intercorrono tra gli organismi e l’ambiente che li ospita” fino ad inglobare in se stessa, come fattore determinante per comprendersi compiutamente, la giustizia sociale. Poiché tutto è in relazione, la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri (70).

L’aver assunto questa congiunzione inscindibile tra l’ambiente e i poveri come criterio interpretativo prioritario della questione ecologica è probabilmente il principale contributo, per rispondere alla domanda del titolo, che il Papa offre sul modo nuovo di raccontare l’ambiente stesso.

Questa visione invita a compiere alcuni passaggi culturali, facilmente rintracciabili nel testo dell’enciclica che possiamo così riassumere:

  1. Primo passaggio: dalla sottovalutazione della questione ecologica alla consapevolezza dell’urgenza di agire subito con senso di responsabilità. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasi­vo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo. È il modo in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodi­struttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, fa­cendo come se nulla fosse (59). La protezione che la nostra casa comune esige da noi è invece urgente (13).
  2. Secondo passaggio: dalla tecnologia che si rapporta alle cose alla tecnologia che si rapporta alle persone.
    Riflettendo sulla radice umana della crisi ecologica (Cap. III) ci si accorge che il problema fondamentale (106) è la globalizzazione del paradigma tecnocratico che consiste nel ritenere che la soluzione dei problemi che affliggono l’umanità si trovi nello sviluppo della tecnica. La tecnica però, quando è posta davanti alla realtà, tende a manipolarla dimenticando i limiti che essa stessa ha, per esempio avventandosi sulla natura per spremerla oltre il limite, sul falso presupposto che esista una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili…e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti (106). La liberazione dal paradigma tecnocratico imperante è necessaria per riprendere il contatto oggettivo con la realtà e ciò può avvenire ponendo la tecnica di fronte alle persone più che alle cose, impegnandola a risolvere i problemi concreti degli altri, con lo scopo di aiutarli a vivere con più dignità e meno sofferenze (112). Qui essa trova il suo giusto equilibrio e un riparo dagli eccessi di onnipotenza. Insomma la tecnologia in mano all’uomo può facilmente fargli perdere il contatto con la realtà e farlo scivolare pericolosamente verso un delirio di onnipotenza: l’antidoto si trova nel fargli volgere lo sguardo verso le persone, specialmente le più indifese e bisognose di aiuto, perché ciò lo mantiene con i piedi per terra con grande vantaggio per l’ambiente.
  3. Da questo consegue il terzo passaggio: dall’attribuire valore alla potenza tecnologica all’attribuire valore alla fragilità.
    Si tende a credere, infatti, che ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori (105)
    Se però ci fermiamo a riflettere, riconosciamo facilmente la fragilità della natura e questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere (78).
    San Francesco di Assisi, dal cui Cantico si è tratto il titolo dell’enciclica, è l’esempio per ec­cellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità…Egli manifestò un’attenzio­ne particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. (10)
  1. Infine il quarto passaggio va dal parlare di “problemi loro” al parlare di “problemi nostri” ovvero non possiamo più credere che ci possiamo salvare da soli solo perché siamo in possesso di più mezzi e di più ricchezze. D’ora in avanti è chiaro che possiamo solo salvarci insieme. Non si tratta di carità e, se vogliamo, nemmeno di filantropia: tutto è intimamente connesso al punto che salvare i poveri significa salvare se stessi. È la nuova etica della casa comune. Si potrebbe anzi dire che se finora la carità era una scelta libera oggi sta diventando una via obbligatoria per sopravvivere. È proprio l’ecologia ad insegnarci che la vita sulla terra consiste in un insieme armonico di organismi in uno spazio determinato che funziona come un sistema (140), l’ecosistema appunto, e che noi dipendiamo da tale sistema per la nostra esistenza. Occorre che consideriamo la famiglia umana a cui apparteniamo in certo modo come un ecosistema in cui la buona salute di ogni sua parte è necessaria per la sopravvivenza del tutto. Per esempio il riscaldamento del clima dovuto all’emissione eccessiva di gas serra causata dallo stile di vita dei paesi più sviluppati dà origine a migrazioni di animali e a fenomeni di siccità in vaste regioni del pianeta che spingono i poveri ad emigrare. Il loro arrivo nelle nostre città, anziché suscitare quel senso di fastidio per l’occupazione del nostro spazio vitale, dovrebbe servire a convincerci dell’urgenza di occuparci dei problemi che hanno causato la loro emigrazione perché non sono problemi loro ma nostri. Il famoso adagio: ”aiutiamoli a casa loro” diventa un “aiutiamoci a casa loro” perché il motivo per cui emigrano, in questo caso la crisi ambientale, è lo stesso che non assicura un futuro umanamente vivibile ai nostri figli. Tanto più riusciremo a sentirci prossimi gli uni agli altri, quanto più miglioreremo la nostra vita.

Per scaricare il testo in pdf: LS per docenti religione

 

Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato

L’editoriale del Vescovo

Non si tratta solo di migranti

La scorsa settimana mi sono trovato ad attendere il mio turno per una terapia medica in una sala di attesa gremita di persone. Sono occasioni preziose per ascoltare la gente e conoscere le preoccupazioni del momento. Il discorso è caduto anche sui profughi, con frasi tipo: “Non possiamo accoglierli, devono stare a casa loro. Abbiamo la disoccupazione, ci tolgono il lavoro ecc.” ho percepito in generale un clima di ansia che genera pensieri di indisponibilità verso chi arriva da lontano.  Ho fatto alcune considerazioni. Quale è l’entità vera del fenomeno? Secondo i dati Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, nel 2017 l’Europa ha accolto 538.000 profughi, dei quali la Germania 325.370, la Francia 8 volte di meno, 40,575, l’Italia 35.130, che sommati a quelli degli anni precedenti raggiunge la cifra, al 1 gennaio 2018, di 170.000 profughi presenti sul territorio italiano. Potrebbero essere comodamente raccolti in Piazza San Giovanni a Roma, che ha la capienza stimata di 200.000 persone. La domanda è: dove sta l’invasione che ci terrorizza? E poi: davvero tolgono il lavoro? Dice l’Istat che gli stranieri sono occupati nei gradini più bassi della gerarchia occupazionale (dal muratore, al collaboratore domestico (badanti), al cameriere, al lavapiatti, al bracciante agricolo) anche in presenza di titoli di studio superiori, peraltro non sempre riconosciuti in Italia se conseguiti all’estero. Quindi persone con talenti non valorizzate per il bene della collettività. Di contro nello stesso 2017 sono emigrati all’estero 128.193 italiani (più di 500.000 negli ultimi 5 anni). Un altro luogo comune è che ci si preoccupa più dei profughi che dei nostri poveri. Riflettiamo: se una persona coltiva in se stessa il valore della solidarietà, farà distinzione di persone? In realtà se è solidale, lo è in ogni situazione. L’occuparsi dei poveri, quindi, fa crescere la cultura della solidarietà nella società che va a beneficio di tutti, italiani compresi. Invece l’abbassarsi dell’attenzione ai bisogni del prossimo in generale si ripercuote su tutto, basti pensare ai nostri paesi terremotati che ancora aspettano la ricostruzione. Anche in questo caso i poveri sono una risorsa in quanto ci inducono a crescere nello spirito solidale.  C’è da osservare che il modo di gestire il fenomeno degli sbarchi ha contribuito non poco a generare una diffusa mentalità di indisponibilità. La linea di azione si limita infatti a far fronte all’emergenza, benché gli sbarchi dalla Libia avvengano ormai da almeno 10 anni e non è stato ancora creato, per esempio, un ministero per fronteggiare il problema. I cittadini italiani avvertono questo clima di approssimazione e di urgenza cronica e vivono comprensibilmente un disagio. L’esperienza dei corridoi umanitari, che combatte gli sbarchi clandestini, realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla CEI, agli Evangelici e ai Valdesi, progetto completamente autofinanziato, dimostra come sia concretamente possibile trasformare un incubo in risorsa, per di più evitando le morti in mare. Risorsa perché un programma di integrazione ben fatto previene il formarsi di sacche di emarginazione e crea ricchezza. Ricordiamoci infatti che gli immigrati regolari (3,5 milioni extracomunitari più 1,5 milioni dall’UE) producono il 9 per cento del Pil italiano (circa 127 miliardi di euro nel 2017). È pertanto evidente che il pregiudizio si forma in forza delle “sensazioni”, alimentate da un certo uso dei media, mentre se per un momento attiviamo l’intelligenza possiamo valutare il fenomeno obiettivamente. C’è bisogno però di uno sguardo ancora più ampio: non possiamo affrontare un fenomeno epocale (ogni giorno nel mondo 37 mila persone sono costrette a lasciare la propria casa, secondo i dati Unhcr 2018) con una mentalità provinciale. Siamo dentro un cambiamento d’epoca e se 50 anni fa si diceva che il mondo stava diventando un “villaggio globale” (McLuhan), oggi pare ridotto ad un condominio, dove saremo sempre più inter connessi e ciò che accade in qualsiasi punto del globo è come se accadesse sotto casa nostra. Occorre prepararsi alla coraggiosa rivoluzione culturale a cui ci invita la Laudato Sì, ovvero a guardare alla realtà in un altro modo (114) e compiere il passaggio storico dal parlare di “problemi loro” al parlare di “problemi nostri”. Il riscaldamento del clima (provocato dai paesi ricchi), per esempio, dà origine a migrazioni di animali e a fenomeni di siccità in vaste regioni del pianeta che spingono i poveri ad emigrare. Il loro arrivo nelle nostre città, anziché suscitare quel senso di fastidio per l’occupazione del nostro spazio vitale, dovrebbe farci attenti a un problema che abbiamo in comune, perché il motivo per cui emigrano, in questo caso la crisi ambientale, è lo stesso che sta creando un futuro invivibile ai nostri figli. “Non è in gioco solo la causa dei migranti, ci ricorda il Papa nel suo messaggio per questa giornata del migrante e del rifugiato, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi”. Se non permettiamo a noi stessi, liberandoci dalla paura e dal pregiudizio, di “sentire” il dolore dell’altro, di provare “compassione” per il povero, il futuro si fa davvero complicato. È sotto i nostri occhi come l’individualismo stia già avvelenando le relazioni umane in modo esponenziale. E qui bisogna denunciare con forza una situazione inaccettabile. Il rapporto ONU del 18.12.2018 sui lager libici, come ho scritto su queste pagine il 3 febbraio scorso, è sconvolgente, descrive una realtà che ricorda troppo da vicino Auschwitz: “Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita durante la prigionia dopo essere stati colpiti, torturati a morte o semplicemente lasciati morire per fame o per negligenza medica. In tutta la Libia, corpi non identificati di migranti e profughi con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni sono spesso scoperti in cestini dell’immondizia”. Il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia, sottoscritto il 2 febbraio 2017, impegna la parte italiana a finanziare non solo tali “centri di accoglienza” ma anche la guardia costiera libica che ha il compito di riportare nei lager chi ha tentato la fuga per mare. Un giovane eritreo di 19 anni è stato ripescano 5 volte in 2 anni di prigionia e ogni volta rispedito all’inferno. È accettabile che i nostri soldi debbano servire a mantenere questi lager? Questo sì, deve crearci ansia. Siamo consapevoli noi italiani di essere parte attiva di questo orrore?

Il vescovo Stefano

(dall’Araldo Poliziano – Domenica 29 settembre 2019)

giornata del rifugiato 2019

Incontri dei giovani con il Vescovo

Giunti alla quinta edizione, gli incontri del Vescovo coi giovani nelle tre diverse vicarie, offriranno quest’anno un percorso sull’affettività nel Cantico dei Cantici offerto ai giovani della nostra Diocesi.

Come si può vedere bene in locandina, come per gli anni precedenti, gli incontri avranno cadenza mensile e saranno in tre diverse parrocchie dalle 19.00 alle 21.00 con la condivisione della cena offerta dalla parrocchia ospitante.

Per la Vicaria di Montepulciano ci si troverà presso la Parrocchia di Abbadia di Montepulciano
Per la Vicaria di Chiusi – Chianciano presso la Parrocchia S.Maria della Stella a Chianciano
per la Vicaria di Pienza l’appuntamento è presso la Collegiata di San Martino a Sinalunga

Online il nuovo sito diocesano

In occasione della convocazione diocesana del 22 settembre 2019, la prima in questo nuovo anno pastorale, la Chiesa di Montepulciano – Chiusi – Pienza, vara il suo nuovo portale informatico.

Realizzato nel corso degli ultimi mesi con la collaborazione e il supporto del Servizio informatico della Conferenza Episcopale Italiana (SiCei), il sito www.montepulcianochiusipienza, nel desiderio del Vescovo Stefano, ha una nuova veste grafica e contenuti aggiornati in un costante lavoro di sinergia la nostra Diocesi e il servizio di WebDiocesi.

Richiamando i contenuti dell’Annuario diocesano pubblicato nel 2019 e in attesa delle prossime modifiche e nomine, mostra, attraverso una grafica essenziale e di immediato impatto la “fotografia” della Chiesa locale: il Vescovo; i Presbiteri; i la Vita Consacrata, gli Uffici diocesani; le Parrocchie; tutti gli altri Enti e le Associazioni, ma anche le varie iniziative, la scuola teologia della LuBit, il tradizionale appuntamento della Lectio Divina diocesana.

La pubblicazione del sito richiederà nelle prossime ore e nelle prossime settimane ulteriori integrazioni e accorgimenti, piccole modifiche e miglioramenti.

Convegno regionale Pastorale giovanile e vocazionale

Sabato 21 settembre 2019, dalle 9.30 alle 14.30, presso il Centro pastorale della Parrocchia San Giuseppe in Via Costituzione 27 a Poggibonsi, il III Convegno regionale di Pastorale vocazionale e giovanile con la presenza di Mons. Nicolò Anselmi, Vescovo ausiliare di Genova già direttore nazionale di Pastorale giovanile. Una mezza giornata indirizzata ai i preti, i consacrati e le consacrate impegnati nelle pastorale giovanile, gli educatori e gli animatori vocazionale dei giovani per cogliere la grazia che il cammino del Sinodo ha donato al nostro tempo e interrogarci su come camminare con i giovani nelle nostre chiesa locali e nelle nostre comunità.

La Toscana da San Francesco

Saranno i Comuni della Toscana ad offrire, quest’anno, l’olio per la lampada che arde dinanzi alla tomba di San Francesco, ad Assisi: ogni anno infatti le diverse regioni italiane si alternano in questo gesto di omaggio al Patrono d’Italia. In vista di questo appuntamento, che sarà nei giorni 3 e 4 ottobre prossimi.
La Conferenza Episcopale Toscana ha affidato ai vescovi Rodolfo Cetoloni (Grosseto) e Giovanni Roncari (Pitigliano-Sovana-Orbetello), entrambi francescani, il compito di coordinare tutta la fase di preparazione, che porterà la Toscana, nelle sue rappresentanze ecclesiali e civili, a compiere questo gesto di devozione e di affidamento al patrono d’Italia i prossimi 3-4 ottobre.
Sono stati loro, insieme al cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze e Presidente della Conferenza Episcopale Toscana, a presentare questa mattina nei locali della Curia arcivescovile di Firenze le iniziative in programma e il Messaggio che i Vescovi toscani hanno scritto per l’occasione.

«Con cuore fraterno e paterno – scrivono i Vescovi – invitiamo tutti gli uomini e le donne della Toscana, i fedeli e le popolazioni delle nostre terre con le loro istituzioni, a rispondere generosamente e di persona a questo invito: Quest’anno… la Toscana da san Francesco!»

L‘offerta dell’olio si concretizzerà con  il gesto attraverso cui nella festa di San Francesco, il 4 ottobre, come vuole la tradizione, il sindaco del Capoluogo di regione riaccende la lampada. Già dal pomeriggio del 3 ottobre ci saranno momenti di preghiera, mentre la giornata del 4 culminerà con la benedizione all’Italia con la reliquia del Santo.

«Ci saranno – ha spiegato il vescovo Cetoloni – iniziative più prettamente spirituali, a cui si è iniziato a pensare, per ancorare il gesto dell’offerta dell’olio ad una rilettura del messaggio francescano, così come ci saranno iniziative culturali per stimolare in tutti, credenti e non, la consapevolezza di quanto la Toscana abbia assorbito, nei secoli, il carisma del Poverello d’Assisi. E poi iniziative pensate per i giovani e proposte di comunicazione». Padre Roncari ha ricordato quello che le Fonti Francescane dicono del Poverello di Assisi: «Attraverso San Francesco, Gesù è tornato nel cuore di molti che lo avevano dimenticato. Anche oggi, in un’epoca di indifferenza religiosa, i santi sono il tramite per riscoprire Cristo». «L’appello – ha concluso il cardinale Betori – è alla comunità ecclesiale, ma anche alla comunità civile e alle sue istituzioni, perché questa sia l’occasione  per una riflessione su come il volto autentico dell’uomo che Cristo ci ha rivelato, e che Francesco ha saputo così ben interpretare, possa essere ispiratore di una società più giusta e più attenta alla dignità delle persone».

Leggi il messaggio dei Vescovi Toscani

Convocazione Diocesana

Il 22 settembre, dalle ore 15.30, presso la Cripta di Chianciano si avrà la prima Convocazione Diocesana dell’anno pastorale 2019/20 e sarà totalmente a cura dei giovani della Diocesi dopo la felice conclusione del Sinodo dedicato a loro.
Il tema ruoterà intorno all’Eucarestia e avrà il seguente titolo: “L’Eucarestia fonte di trasformazione sociale”.

I giovani avranno il compito di accogliere e interpretare il tema secondo diverse modalità di espressione e nel corso della seduta ci sarà anche un’importante testimonianza che don Luigi Merola, sacerdote di Napoli, ha accettato di portare. Da 15 anni, infatti, viaggia con la scorta “per colpa di una Messa” e racconterà come in questi anni si sta scontrando con la Camorra per amore della Verità del Vangelo.

Alle  ore 18.00, presso la Chiesa di Santa Maria della Stella, ci sarà la celebrazione eucaristica con il mandato ai catechisti.

Inizio anno pastorale

L’ 8 settembre 2019 inizia ufficialmente un nuovo anno pastorale in Diocesi. L’appuntamento, come di consueto, sarà al Santuario diocesano della Madonna del Rifugio a Sinalunga. Sarà preparato da una novena e da diverse celebrazioni che culmineranno nella S.Messa del 7 settembre alle ore 21.00 in Collegiata San Martino e la processione mariana a piedi verso il Santuario guidati dal Vescovo Stefano.
Per maggiori dettagli consultare la locandina

Una Buona Notizia per te

“Una Buona Notizia per te” è il titolo del sussidio scritto e voluto dal Vescovo mons. Stefano Manetti per accompagnare la Visita Pastorale iniziata nella Pentecoste 2018, con una solenne celebrazione nella Cattedrale di Montepulciano. “L’amore, secondo il Vangelo, consiste nel donare se stessi alla persona amata: nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Questo è il motivo che ha spinto Gesù a offrirsi in sacrificio per noi” scrive il Vescovo nella sua lettera.
Il testo si trova a questo link: http://www.montepulcianochiusipienza.it/wp-content/uploads/sites/2/2019/08/Una_Buona_Notizia_per_te.pdf